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22.04.05
Lo Scandalo
A ripensarla mi sembra tutto impossibile, ma la convinzione di averla vissuta non lascia terreno fertile a quei dubbi che quasi sempre lavano coscienze e stati danimo. La storia inizia molto prima daverlo incontrato e subito dopo un matrimonio finito tragicamente per cause naturali. Mio marito, morendo, mi aveva lasciato una casa al centro di Lucca, una figlia ancora troppo giovane e una farmacia nella piazza della città che mi permetteva di vivere più che decorosamente.
Se nera andato quando ancora i nostri progetti avevano la consistenza impalpabile dei sogni sul cuscino e quando ancora i miei anni non si decidevano a sfiorire. E inutile dire, visto il rango a cui apparteneva, che limmagine di vedova mi avvolgeva tuttintorno e mi legava dentro un vuoto appiccicoso di forma e di solitudine. Le sorelle del mio povero marito non mancavano occasione di farmi notare i minimi dettagli insoliti del mio comportamento che ribellandosi alla malinconia ed al pianto cercavano timidamente di scrollarsi di dosso i miei vestiti rigorosamente neri, le visite quotidiane al cimitero e le messe dedicate al venerdì mattina. La famiglia Marcuzzi, nota e stimata in tutta Lucca ed appartenente ad una vecchio casato ora in decadenza, non avrebbe potuto tollerare che la moglie dello sfortunato primogenito potesse con il suo comportamento oscurarne il ricordo o peggio tradirne la memoria. Le uniche uscite in società si limitavano ad onorare le feste comandate o qualche invito di rango dove la famiglia Marcuzzi non poteva certo sottrarsi. Sempre accompagnata dalle cognate e peggio dai suoceri non cera scampo di fare nuovi incontri o intensificare vecchie amicizie che potessero in qualche modo riaccendere lillusione di una nuova vita E lunica ragione di vita, e solo per la quale mi alzavo ogni mattina, risiedeva nella luce degli occhi di mia figlia che ancora dodicenne aveva vissuto la scomparsa del padre nellincoscienza delletà. Ed ogni mattina mi ripetevo che niente al mondo avrebbe potuto opacizzare quella luce cercando di mantenerla viva con accortezze e presenza costante per sostituirmi almeno in parte al suo unico compagno di giochi preferito. La farmacia era comunicante con la casa e questo mi permetteva di starle vicino e seguirla nei suoi studi, ma alle volte avvertivo di non fare abbastanza e di non avere il tempo necessario da dedicarle. Per queste ragioni comunicai a mio suocero, proprietario dellattività, di aver bisogno di un aiuto, ma la difficoltà di trovare un buon lavorante che conoscesse il lavoro e per lo più fidato fecero cadere la proposta nel nulla. Per mesi e mesi tirai avanti finché la mia stanchezza lasciò il posto allabulia e poi al rifiuto totale del lavoro. Aprivo e chiudevo il negozio nelle ore più insolite, la clientela cominciò a lamentarsi insinuando i motivi più disparati finché, sempre per il buon nome della famiglia, le cognate e mio suocero riuniti, individuarono nel figlio del maresciallo dei carabinieri, iscritto al primo anno di medicina, il valido aiuto che stavo cercando. Si presentò timido e giovane e con tanta voglia di imparare. Dopo alcune settimane prese in mano tutta la gestione dellattività dimostrandosi esperto ed abile nei conti e soprattutto nel rapporto con i clienti. La farmacia tornò agli antichi splendori ed il bel ragazzo con meticolosità e pazienza elargiva consigli medici e sorrisi a trentadue denti come un veterano pratico del mestiere.
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Mio suocero, oramai nelletà della pensione, visti i progressi del giovane studente, decise di affidarmi tutta la responsabilità della farmacia diradando la sua presenza in negozio. Passarono solo pochi giorni prima di sorprendermi a guardarlo furtivamente tra una fattura ed un ordinazione, e passarono solo dei minuti nel vedere i suoi occhi adagiarsi sulla mia scollatura perennemente a lutto. Mi accorgevo che qualcosa in me stava cambiando, quando la sera abbracciavo mia figlia, e ritardavo ostinatamente il sonno e i sogni invadenti che con landar delle notti si erano fatti più vitali e sfacciatamente reali. Non ci volle altro tempo per immaginare le sue intenzioni, quando con quel fare timidamente taciturno mi strinse la mano sotto il bancone mentre serviva una giovane cliente svenevole e fintamente raffreddata. Mi sottrassi immediatamente alla presa cercando durante la giornata di non sottolineare lincrescioso episodio che avrebbe in qualche modo determinato unimbarazzante complicità. Purtroppo era vero, cominciavo ad avvertire nelle mie vene e nella mia testa cellule inquiete di gelosia che per nessuna ragione al mondo avrei desiderato che trasparissero dalla mia faccia. Ma i giorni indifferenti che rincorrevano le notti disordinate avevano reso tutto più evidente come quella mano che mi aveva segretamente cercato e quel suo sguardo profondo che continuava in ogni istante a spogliarmi vestiti e pensieri. Nonostante quellepisodio i miei decolté non saccollarono e sfidando il suo sguardo e la sua timidezza rappresentavano lunico segnale di richiamo e continuità che il mio fragile equilibrio poteva concedere. E come ogni situazione che si protrae a lungo nel tempo sarebbe rimasta incollata chissà quanto nellambiguità se la raffreddata di turno non si fosse fatta più intraprendente da strappargli un invito per la sera successiva. Rimasi per un attimo a pensare, rigida come una statua di marmo sulla mia sedia alla cassa, ma un attimo dopo inveii contro la sua poca discrezionalità, minacciandolo di licenziamento in tronco. Mi venne incontro con una faccia che non gli avevo mai visto, girò dietro il bancone e nonostante la vetrina aperta mi baciò avidamente. Lottai con tutta me stessa tentando di rimanere aggrappata a quella finta ipocrisia che senza scoprirmi aveva alimentato in tutti quei mesi recondite speranze e vigliacche passioni. Lo colpii violentemente, lo scalcai cercando di farmi spazio tra gli spigoli dei cassetti, ma alla fine cedetti alle sue labbra ostinate e decise che non avevano arretrato di un respiro. Le accettai come si accetta un temporale durante una giornata di sole o come quando credendo di stare bene ti comunicano una malattia. E inevitabilmente tutto cambia, tutto scivola perdendo importanza, tutto si riposiziona nella giusta misura come quelle labbra che continuavano a cercarmi ed io continuavo ad accoglierle incurante di quello che sarebbe potuto accadere. E con la serranda alzata e la certezza che prima o poi qualcuno sarebbe entrato sentii il vapore della sua bocca lungo il collo e poi più giù lungo lincavo del mio seno che ritto e insolente non aspettava altro.
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Non lo respinsi, ma non laiutai in quellaudace tragitto che colmo di ardore sarrestò inesorabilmente sui miei capezzoli, succhiandoli come nessuno aveva mai fatto, come mai il mio povero marito era riuscito a farli divenire sfrontati e svergognati in attesa solo di piacere. Lo lasciai sguazzare tra le morbidezze della mia castità e i miei pensieri torbidi, ma non mabbandonai totalmente, la mia lucida convinzione del rango e del lutto e soprattutto dellimmediato pericolo riacquistò pian piano consapevolezza e contegno. Mi accorsi ben presto che avevo poco da contendere a quella bramosia giovane ed audace che non perdeva la minima occasione di ravvivare i miei desideri. Maggrappai alle mie cose, al rispetto della memoria di mio marito, a mia figlia, alla famiglia, alla consapevolezza dei miei anni che, passando inesorabili, mi facevano vedere ridicola ogni qualvolta mi riflettevo allo specchio. Non capivo se fosse amore vero o solo la voglia esplosiva di libertà e mi sentivo allo stesso tempo ingenua e smaliziata, abbandonata alle tentazioni di un uomo dove ero causa ed effetto intrappolata in un vortice di sensazioni dove leffetto diventava di nuovo causa e così via. Capitò una sera dopo lorario di chiusura. Gli avevo chiesto di rimanere per riordinare il magazzino, ma il magazzino rimase tale e quale, disordinato come il mio vestito e i miei capelli sotto i colpi incessanti del suo desiderio. Avvenne come mai lavevo fatto, fuori dalloscurità complice e sicura della mia stanza e del mio letto, senza quel rispetto apatico di marito e moglie, senza quella muta compostezza di moglie e madre e nuora e cognata che per tutte le volte non maveva permesso di liberarmi. Addosso al pavimento freddo e scomodo ci scambiammo sesso e amore vero, impegnandoci come due innamorati alla stazione, che legano insicurezze e desideri, per sempre e per oltre ancora. Mi prese immediatamente e questa volta non lasciò la presa. La sua bocca seguì le curve del mio decolté ancora a lutto dandomi del lei e chiamandomi Signora Marcuzzi, finché mi ritrovai nuda di mio marito, della mia vedovanza, del nome che portavo, di quella etichetta che si era disintegrata al primo attacco. Il mio corpo lasciò da parte ogni remora e tattica e sincendiò sotto i colpi inesperti, ma volenterosi del mio amante, rivendicando sesso, passione e unindelebile serata dappiccicare come un poster sulle pareti del mio cervello. Il giovane studente, stimolato dai miei ripetuti orgasmi, non saccontentò del suo primo piacere, mi volle di nuovo in piedi e poi seduta e poi ancora distesa cercandomi oltre la coltre spessa del buio di quei mesi passati in astenia, e oltre i suoi ventanni che finora avevano colto solo leggeri e sterili orgasmi di ragazzine ancora vergini. Fu intenso e interminabile, ma abbastanza breve per non destare sospetti. Sbattuta sul pavimento gli giurai amore vero confessandogli che da quel momento in poi e per nulla al mondo avrei fatto a meno della sua presenza. Me ne ero innamorata e non gli vedevo altro che pregi come i suoi baci persuasivi , la sua pelle accattivante, la sua insolenza testarda e magicamente sfrontata. Persi la testa quasi subito, le ore scure della notte diventarono insopportabilmente lunghe, quelle chiare del giorno troppo brevi per estasiarmi della sua presenza.
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Ogni giorno chiudevamo sempre più tardi, e non veniva pranzo, tramonto e luna senza che mi coprisse di baci e carezze, senza che trovassimo nei ritagli, minuti intermittenti damore e desiderio. Ben presto i miei pensieri gelosi gli tolsero ossigeno e movimento, ben presto la sua intraprendenza saffievolì non colorando più i miei vestiti a lutto. Era troppo giovane per sentirsi completamente appagato da quella storia incredibile, vissuta nel segreto e rubata alla famiglia ed ai pettegolezzi sempre in agguato. Aveva i suoi amici, i suoi studi e soprattutto un futuro davanti a sé, a me completamente negato. Si fece taciturno e svogliato, sfuggente alle mie attenzioni sempre più incalzanti. Cominciai a dubitare di lui finché una mattina, mentre mi teneva tra le braccia al riparo degli scaffali, non avvertì alcun timore a confessarmi che da qualche tempo usciva con una ragazza della sua stessa età. La mia reazione fu così immediata che non gli diedi il tempo di realizzare quello che era uscito dalla sua bocca. Presi il fermacarte di pietra sul bancone e lo colpii ripetutamente finché un rivolo di sangue sulla tempia non arrestò la mia pazzia. Era mio e per nessun motivo lavrei regalato alla concorrenza. Lo trascinai in magazzino, lo imbavagliai legandolo ad una sedia. Lo amavo troppo, ma non mi sentivo pentita e come se niente fosse tornai a servire. Allora di pranzo andai dritta a casa senza curarmene, ero decisa a lasciarlo in quello stato per giorni e giorni finché la sua testa malata non avesse dato segni di ravvedimento. Ma la sera ebbi pietà di lui, lo andai a trovare e per mia fortuna la ferita si era rimarginata, mi pregò di slacciarlo assicurandomi che non avrebbe gridato e non sarebbe scappato. Così feci, ma il suo bel faccino convincente sincrespò un attimo dopo coprendomi di pugni accompagnati da improperi e maledizioni. Ora la situazione era completamente capovolta, ma non mi legò, non affondò i colpi, anzi mi fece promettere fedeltà eterna ricambiandola con la sua insindacabile libertà. Il mio piccolo amante mi voleva completamente sua e questo non poteva che riempirmi di gioia, nulla era cambiato nelle nostre ore di lavoro. Mi fece capire immediatamente, però, che il mio stato di donna rispettabile non poteva pretendere altro, mentre la sua giovane età gli consentiva di andare incontro al futuro senza legami che ne condizionassero le scelte. Quella notte, abbracciata a mia figlia, piansi lacrime amare miste allillusione dei miei sogni recenti che avevano a più riprese partorito progetti dove letà e la nostre situazioni così diverse non avevano rappresentato ostacoli e barriere.
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Sentii pian piano che la punta del suo fallo sfiorava le labbra della mia calda vulva, lo faceva apposta, non voleva penetrarmi ancora e infatti dopo poco scese con la sua bocca sul mio ventre, baciò il mio ventre e i suoi baci ora non erano più violenti ma presero ad essere dolci e caldi, le sue labbra umide scivolavano intorno al mio ombelico e pian piano scendeva sempre piu giù, si soffermò a lungo intorno alle mie cosce dopodichè cominciò a passare la sua morbida lingua intorno alle labbra calde del mio sesso in fremente attesa di essere appagato dal desiderio.. continuò con la sua lingua intorno al mio clitoride e poi ancora baci forti su ciò che per un attimo avevo pensato non lo eccitasse e non gli bastasse più.. ma l'eccitazione ora era talmente forte da non poter pensare altro che a lui e a quanto lo potessi amare. Si accorse che quello era il momento giusto, così risalì in fretta il mio corpo e prese a penetrarmi con dei colpi a tratti forti e decisi e a tratti molto lenti, si eresse dinanzi a me e prese le mie caviglie fra le mani, si portò i miei piedi alla bocca e prese a succhiarli con una passionalità infinita.. smise senza lasciare le mie caviglie e ricominciò a penetrarmi sempre più forte. Sentii che non mi era rimasto ancora molto tempo, ma lui continuava ad un ritmo che toglieva il respiro. Fu l'orgasmo più bello e lungo che potessi immaginare e mentre esalavo gli ultimi gemiti di piacere lo vidi stendersi dolcemente su di me e sentii il mio ventre diventare caldo e riempirsi del suo seme. Ci addormentammo nudi da lì a poco in un caldo e tenero abbraccio fino al mattino seguente. Non parlammo mai più di quello che io avevo scoperto su di lui e nemmeno di quell'intensa e stupenda notte d'amore passata insieme. Nel silenzio dei suoi gesti di quella notte c'era una spiegazione che valeva molto più di mille domande che avrei potuto fargli e di mille risposte che avrebbe potuto darmi. Capii che il nostro amore e la nostra intesa amorosa andavano oltre quelle due righe fredde e anonime che oramai non avevano più senso nè valore sia per me che per lui. Ci accordammo per la mattina successiva. Quella notte fu lunghissima; dormii male, non potevo fare a meno di pensare al momento in cui saremmo rimasti da soli in casa sua. Ma conclusi che non dovevo farmi illusioni, dopotutto quella situazione poteva tranquillamente risolversi con un favore di buon vicinato. La mattina successiva mi presentai con la dovuta attrezzatura, mi accolse con un sorriso solare e mi chiese se prendevo un caffè; mi girò le spalle per prepararlo, e i miei occhi percorsero la sua figura lentamente, soffermandosi su ogni elemento che rendeva quella donna irresistibile. Bevvi il caffè e mi misi all'opera, quel lavoretto per me era un gioco e ci impiegai ben poco. La tenda, accuratamente stirata, era distesa sul divano; le offrii il mio aiuto per montarla e lo accettò, ringraziandomi con uno dei suoi splendidi sorrisi.Una pulitina veloce e fummo pronti a concludere l'opera.
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Postato da Sbavo il 18:11
11.04.05
Uno strano pomeriggio
La signora che veniva da me ogni settimana, dipendente del mio commercialista, era una donna di circa 40-42 anni. Vestita sempre elegantemente, con gicca e gonne di maglia, svolgeva il suo lavoro con discrezione e diligenza. xGo
Mai un sorriso, mai una confidenza. Solo cose attinenti all'ufficio ed alla contabilita'. Un giorno scopre tra le carte che normalmente lasciavo su una cassettina per lei, una ricevuta di un albergo pagata con la mia carta di credito personale. Entra nel mio ufficio, me la porge e cordialmente come sempre mi domanda se era personale o per lavoro. Dal suo sguardo, mezzo di rimprovere e mezzo di curiosita, capisco che la cosa ha per lei un interesse personale. Appositamente mi giustifico in modo che lei capisca che era un cosa personale, e i suoi occhi brillano di gioia. Un sorriso e via. Strano, la prima volta che mi sorride. La settimana seguente entra con uno strano sguardo nel viso, e' molto piu cordiale, quasi avesse scoperto che sotto i rapporti molto formali che esistono per lavoro dall'altra parte della scrivania c'e' un uomo, che la guarda con interesse, e forse l'ha gia fatto con altre donne. La chiamo nella mia stanza, le pongo delle domande sulle tasse e sui versamenti. Lei continua a sorridere, la carico di lavoro, e a questo punto lei mi dice "quanto lavoro, mi sembra di essere una schiava". ammicca con lo sguardo. e' il momento. Faccio il giro della scrivania, gli scosto giacca e camicetta e le afferro un capezzolo, lo stringo fino a farla urlare. E' fatta sara' la mia schiava. lei mi guarda implorante ma siamo disturbati da una visita improvvisa di un dipendente che chiede delle infomazioni. Si ricompone ed esce lasciandomi al mio lavoro. Vado nel suo ufficio e le lascio sul tavolo dei fogli, tra cui un post-it che indica ora e data dell'incontro. Nel mio ufficio alle 19,30 di mercoledi. Sono nervoso, penso a come faro con lei, e aspetto con trepidazione la sera. Sono gia seduto da 2 ore nella mia sedia e pregusto il momento. Campanello, lei entra con un soprabito blu e sotto il solito giacca-gonna di maglia. Un girocollo rosso mette in evidenza il petto. Cerca quasi di giustificarsi, non capisce perche' l'ho chiamata, insomma e' imbarazzata. Le ordino di spogliarsi, lei e' un po restia prendo un righello e la colpisco forte sulle natiche lei si spoglia con delicatezza. La faccio salire su una sedia, le gambe tese la schiena in avanti, ispeziono il sesso e tocco. Lei mugola, le chiedo se e' mai stata legata, e di chiamarmi da quel momento padrone. Lei mi dice si, ma senza padrone. le do una schiaffa sul culetto teso veramente forte. Prendo un pennarello, un grosso evidenziatore e lo infiso nel sul didietro. Dolore. Prendo lo scotch da pacchi e lego mani e piedi, congiungendo gli avambracci alle cosce. E' costretta in una morsa, il sesso esposto. Sono eccitao, mi slaccio i pantaloni e gli faccio leccare la verga ormai tesa. La penetro alla pecorina e vengo.
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Poi ti farò conoscere i tuoi doveri. Annuisco e il marito si alza dal divano e mi fa cenno di seguirlo. Procedo per un corridoio su cui si affacciano alcune porte e ne apre una. E' una piccola cameretta arredata con evidente gusto femminile, oserei dire quasi infantile. Entro dentro e lui rimane fermo a guardarmi. Un attimo di imbarazzo perché non so cosa fare. Esordisce "Sarà il caso di spogliarti come ti ha chiesto la padrona. Non ti imbarazza che ci sia io?"; "No assolutamente" e comincio a spogliarmi. "Togliti tutto, la signora non gradisce vedere a giro altri vestiti oltre a quelli che ti forniremo noi. Aspetto che tu me li consegni". Rimango perplesso ma decido di ubbidire e rimango con mutande e T-shirt. "Anche la biancheria intima per favore!", "Perché?", "Non ti prendiamo perché tu faccia domande. A noi serve una persona ubbidiente, se la cosa non fa per te, allora lasciamo perdere". Non voglio vederti a giro per la casa senza un compito quindi quando hai terminato con le pulizie, finirai di fare i tuoi doveri in cucina altrimenti te ne tornerai in camera tua in attesa di un nostro ordine". Un momento di silenzio "Hai compreso tutto? Non ho piacere di ripetermi e non accetto ribellioni. In questa casa ricorriamo a punizioni severe per chi non segue le regole, quindi vedi di adeguarti velocemente". Rispondo "Sì, padrona, credo di aver capito...", "No 'credo', devi aver capito e basta. Sabato pomeriggio mi reco allindirizzo. E' una richiesta alquanto strana ma se vogliono fornirmi loro tutto il vestiario forse sarà il caso di accettare. Faccio finta di non aver capito e mi siedo nuovamente. Con qualche difficoltà, tenendo il vestito sollevato, mi allaccio il reggicalze e attacco le bretelline alle calze. Mi tolgo l'intimo depositandolo sugli altri vestiti e rimango nudo. "La divisa è nell'armadio, quando torno con mia moglie gradiremo vederti già pronto" e si allontana con i miei vestiti in mano. Apre l'armadio e guarda tra i vestiti. La persona che cerchiamo non dovrà mai dubitare di un nostro ordine. Capisco. E capirai che queste non sono doti che possiamo trovare in una persona che accetta questo incarico per guadagno. Ti è chiaro?, Sì. "Bene. Dovrai sempre rivolgerti a noi dandoci del lei e non usare mai i nostri nomi. Non era stata un'idea brillante andare a trovare Frida a Brownshweig d'inverno. Fulvio si era immaginato che in Germania facesse freddo, ma non così freddo. E non perdeva occasione per farglielo notare. Frida sapeva bene l'italiano. Riguardo al rapporto tra Fulvio e il tedesco, era praticamente inesistente. Si erano conosciuti l'anno prima al Politecnico.
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Chiude la porta e rimango solo. Mi avvicino all'armadio. E' abbastanza pieno di vestiti ma non riesco a trovare nulla di adatto. Guardando meglio non riesco a trovare un paio di pantaloni, solo gonne e vestiti femminili. Apro un primo cassetto e trovo la biancheria intima. Solo calze, mutandine, reggiseni e altro. Un altro cassetto e trovo sottovesti, camice da notte e vestaglie. Solo ora mi accorgo di essere nudo. Apro subito la porta senza sporgermi troppo e scorgo Marco nelle vicinanze. "Per favore Marco puoi venire un momento?". Si avvicina e "Ancora nudo? Poi ricordati che non voglio che tu mi dia del tu. Sono solo il tuo Padrone, chiaro?", "MI scusi padrone, non volevo disturbarla ma ho un problema", "Quale?", "Non trovo i vestiti", "Come sarebbe, cè un armadio pieno?", "nell'armadio non c'è nulla di adatto e non mi sembra ci siano altri posti dove guardare". Entra dentro "fammi vedere". Apre l'armadio e guarda tra i vestiti. "Devo darti ragione non c'è la tua divisa, dovremo cercarla". Aggiunge "Mettiti qualcosa di questi e poi indosserai la tua divisa dopo che avrai visitato la casa", "Ma come? sono solo vestiti da donna. Non potrei rimettermi i miei?", "Ti ho già detto che non voglio discussioni, desidero non essere contraddetto e mi auguro che tu non insista, altrimenti perdo la pazienza e volano le mani. I tuoi vestiti non sono utilizzabili durante il periodo di prova" e nel frattempo prende una gonna scozzese e una camicetta bianca. Sorridendo molto ironicamente "Non ti vergognerai? anche gli scozzesi portano il kilt". Prendo la gonna in mano e rimango perplesso mentre lui aggiunge "Vuoi restare nudo sotto la gonnella? Vuoi raffreddarti?" Apre il cassetto dell'intimo e prende un paio di calze bianche e un body bianco in pizzo. "Questi dovrebbero starti bene". Sono imbarazzato ma evito di fare altre domande. Il body mi sta preciso ed ha le coppe rinforzate, mentre le calze mi arrivano al ginocchio. Marco continua a guardarmi quasi per farmi sentire ancora più imbarazzato e con il dito mi indica di proseguire rapidamente con gli altri vestiti. Prendo la camicetta. Ha i bottoni in posizione inusuale e il colletto ampio e ricamato con fiorellini e pizzi. Sotto le coppe rinforzate del body creano una sporgenza come fossero dei piccoli seni. Apro la gonna e dopo averla messa intorno alla vita l'abbottono. Marco mi indica vicino all'armadio un paio di ciabattine bianche. Le calzo poi si avvicina per sistemare la gonna all'altezza giusta e ridendo mi da una pacca sul sedere e aggiunge "A posto, sembri una scolaretta, ti mancano solo le treccine! Ora usciamo fuori che ti faccio vedere la casa poi torniamo dalla Padrona". Usciamo dalla stanza e torniamo nel corridoio. Mi guardo intorno, sono visibilmente imbarazzato in quelle vesti e non vorrei farmi vedere così dalla signora. "Avanti esci fuori e seguimi!".
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Mi mostra la stanza degli ospiti, un bagno e la camera da letto padronale. L'arredamento è classico, forse l'illuminazione un po' bassa, d'atmosfera, ma non rimango colpito da niente in particolare. Sono troppo preso dal mio nuovo abbigliamento e quella strana sensazione di sentirmi il body tirare lungo il corpo e la gonna finire tra le gambe. Torniamo in sala dove Antonella aspettava sul divano. "Finalmente siete tornati... perché quel vestito invece della divisa?". Vergognosamente vorrei giustificarmi ma Marco mi precede "Non era nell'armadio". "No? Forse è rimasta qui in sala. La cercheremo dopo, ora vieni a vedere la cucina. Seguimi!". Si alza e le vado dietro goffamente. Entriamo in cucina e aggiunge "Questa sarà la tua principale stanza di lavoro. Hai detto che non sai cucinare? Non importa, lasciamo perdere. In genere cucino io, ma tu dovrai aiutarmi e dovrai servire a tavola." annuisco "Poi dovrai svolgere qui i tuoi lavoretti, come stirare, rammendare e pulire le stoviglie. A mano perché altrimenti non si giustificherebbe la tua presenza a tempo pieno. Non amo i rumori in casa e non troverai elettrodomestici ad aiutarti. Solo strumenti di lavoro tradizionali. Non voglio vederti a giro per la casa senza un compito quindi quando hai terminato con le pulizie, finirai di fare i tuoi doveri in cucina altrimenti te ne tornerai in camera tua in attesa di un nostro ordine". Un momento di silenzio "Hai compreso tutto? Non ho piacere di ripetermi e non accetto ribellioni. In questa casa ricorriamo a punizioni severe per chi non segue le regole, quindi vedi di adeguarti velocemente". Rispondo "Sì, padrona, credo di aver capito...", "No 'credo', devi aver capito e basta. Ora torniamo in sala e vediamo se riusciamo a trovare questa divisa". La seguo con un leggero tremolio di imbarazzo. Mentre usciamo dalla cucina la padrona si rivolge a suo marito "Hai trovato la divisa?", "Sì, era stata riposta nel cassetto. Mi sembra ci sia tutto". Lei si rivolge a me "Allora spogliati, non vorrai tenerti questi vestiti? Possono andare bene per il tempo libero ma non per i lavori di casa", "Ma padrona, qui di fronte a lei..." Si avvicina e mi da uno schiaffo sul viso. "Questo è il primo avvertimento, ora ubbidisci! Ogni ordine deve essere eseguito senza discussione". Subito mi sbottono la camicetta e la gonna. "Anche le calze, mentre il body... per il momento puoi tenerlo se proprio ti vergogni". Quando sono spogliato, si avvicina Marco e deposita sullo schienale del divano la divisa. La guardo e scopro che sono di nuovo indumenti femminili. Un vestito nero di tessuto morbido e lucido a maniche corte e gonfie, bordato di pizzi bianchi alle estremità, un completo di servizio bianco, grembiulino, crestina e guanti di raso, un paio di calze a rete bianche e altro abbigliamento intimo. Io pensavo in una divisa maschile, vorrei reagire, ma osservo di sfuggita i loro volti decisi e impazienti e decido di assecondarli. Siediti e parti con le calze. Mi siedo e comincio la vestizione. La padrona mi suggerisce "più in alto fino alla coscia".
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Prendo il grembiule. Ha due lunghi nastri. Lo metto intorno alla vita e tento di legarlo con un po' di impaccio. Marco mi viene dietro "Espira l'aria!" e stringendo molto stretti i nastri me li annoda con un grosso fiocco sul sedere. Non perde occasione per palparmi nuovamente il fondoschiena con la scusa di sistemare il fiocco. Nel frattempo Antonella prende la crestina e la pone sulla mia testa. "Non hai molti capelli. La crestina la devi portare obbligatoriamente ma non ha senso senza i capelli lunghi. Aspetta, intanto mettiti i guanti. Si allontana verso le stanze mentre prendo i guanti. Sono lunghi ed arrivano fino al gomito. Nel frattempo Marco mi gira in torno per osservarmi più da vicino. Non negherai che ti abbiamo avvertito che si trattava di lavoretti femminili e contemporaneamente mi tocca nuovamente il sedere. Per fortuna Antonella torna immediatamente. Ha una parrucca in mano, si mette di fronte a me, mi toglie la crestina e Chinati un poco in avanti, ecco così.. e mi calza la parrucca sulla testa. I capelli ora mi arrivano alle spalle, sono neri, a caschetto. La persona che cerchiamo non dovrà mai dubitare di un nostro ordine. Capisco. E capirai che queste non sono doti che possiamo trovare in una persona che accetta questo incarico per guadagno. Ti è chiaro?, Sì. "Bene. Dovrai sempre rivolgerti a noi dandoci del lei e non usare mai i nostri nomi. Solo Padrona e Padrone. La sistema per bene e rimette la crestina al suo posto. Si allontanano per guardare il risultato mentre io mi sento calare le calze e con una veloce mossa cerco di tirarle su. Antonella mi nota "Vedi che ti cascano le calze. Prendi queste" e mi passa un paio di reggicalze. "Cosa ci devo fare?" rispondo ingenuamente "Per il momento mettile sopra il body. Alla prossima occasione sarà meglio usare un paio di mutandine, sono più adatte con le reggicalze. Oppure una guêpiere se la preferisci". Aggiunge sorridendo "saresti decisamente più carina e seducente...". Faccio finta di non aver capito e mi siedo nuovamente. Con qualche difficoltà, tenendo il vestito sollevato, mi allaccio il reggicalze e attacco le bretelline alle calze. Provo una strana sensazione di eccitazione a vestire questi panni e il mio sesso lo dimostra con una erezione che riesco a malapena a nascondere grazie al body. Mi rialzo in piedi e tiro giù il vestito. Antonella: "Benissimo, ci siamo. Ora devo uscire. Rimarrai con il padrone che ti indicherà gli strumenti di lavoro. Comincerai a pulire la cucina e i bagni, poi le altre stanze. Mi raccomando esigo una pulizia accurata. Non ti sporcare assolutamente i vestiti, se ti serve in cucina c'è un grembiule integrale per i lavori più impegnativi. Preferisco che usi quello piuttosto che vedere anche una piccola macchia sul vestito o sul grembiulino". Poi e rivolgendosi a suo marito lo saluta baciandolo e si avvia alla porta di casa per uscire.
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Postato da Sbavo il 10:41