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22.04.05

Lo Scandalo

A ripensarla mi sembra tutto impossibile, ma la convinzione di averla vissuta non lascia terreno fertile a quei dubbi che quasi sempre lavano coscienze e stati d’animo. La storia inizia molto prima d’averlo incontrato e subito dopo un matrimonio finito tragicamente per cause naturali. Mio marito, morendo, mi aveva lasciato una casa al centro di Lucca, una figlia ancora troppo giovane e una farmacia nella piazza della città che mi permetteva di vivere più che decorosamente.

Se n’era andato quando ancora i nostri progetti avevano la consistenza impalpabile dei sogni sul cuscino e quando ancora i miei anni non si decidevano a sfiorire. E’ inutile dire, visto il rango a cui apparteneva, che l’immagine di vedova mi avvolgeva tutt’intorno e mi legava dentro un vuoto appiccicoso di forma e di solitudine. Le sorelle del mio povero marito non mancavano occasione di farmi notare i minimi dettagli insoliti del mio comportamento che ribellandosi alla malinconia ed al pianto cercavano timidamente di scrollarsi di dosso i miei vestiti rigorosamente neri, le visite quotidiane al cimitero e le messe dedicate al venerdì mattina. La famiglia Marcuzzi, nota e stimata in tutta Lucca ed appartenente ad una vecchio casato ora in decadenza, non avrebbe potuto tollerare che la moglie dello sfortunato primogenito potesse con il suo comportamento oscurarne il ricordo o peggio tradirne la memoria. Le uniche uscite in società si limitavano ad onorare le feste comandate o qualche invito di rango dove la famiglia Marcuzzi non poteva certo sottrarsi. Sempre accompagnata dalle cognate e peggio dai suoceri non c’era scampo di fare nuovi incontri o intensificare vecchie amicizie che potessero in qualche modo riaccendere l’illusione di una nuova vita E l’unica ragione di vita, e solo per la quale mi alzavo ogni mattina, risiedeva nella luce degli occhi di mia figlia che ancora dodicenne aveva vissuto la scomparsa del padre nell’incoscienza dell’età. Ed ogni mattina mi ripetevo che niente al mondo avrebbe potuto opacizzare quella luce cercando di mantenerla viva con accortezze e presenza costante per sostituirmi almeno in parte al suo unico compagno di giochi preferito. La farmacia era comunicante con la casa e questo mi permetteva di starle vicino e seguirla nei suoi studi, ma alle volte avvertivo di non fare abbastanza e di non avere il tempo necessario da dedicarle. Per queste ragioni comunicai a mio suocero, proprietario dell’attività, di aver bisogno di un aiuto, ma la difficoltà di trovare un buon lavorante che conoscesse il lavoro e per lo più fidato fecero cadere la proposta nel nulla. Per mesi e mesi tirai avanti finché la mia stanchezza lasciò il posto all’abulia e poi al rifiuto totale del lavoro. Aprivo e chiudevo il negozio nelle ore più insolite, la clientela cominciò a lamentarsi insinuando i motivi più disparati finché, sempre per il buon nome della famiglia, le cognate e mio suocero riuniti, individuarono nel figlio del maresciallo dei carabinieri, iscritto al primo anno di medicina, il valido aiuto che stavo cercando. Si presentò timido e giovane e con tanta voglia di imparare. Dopo alcune settimane prese in mano tutta la gestione dell’attività dimostrandosi esperto ed abile nei conti e soprattutto nel rapporto con i clienti. La farmacia tornò agli antichi splendori ed il bel ragazzo con meticolosità e pazienza elargiva consigli medici e sorrisi a trentadue denti come un veterano pratico del mestiere.

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Mio suocero, oramai nell’età della pensione, visti i progressi del giovane studente, decise di affidarmi tutta la responsabilità della farmacia diradando la sua presenza in negozio. Passarono solo pochi giorni prima di sorprendermi a guardarlo furtivamente tra una fattura ed un ordinazione, e passarono solo dei minuti nel vedere i suoi occhi adagiarsi sulla mia scollatura perennemente a lutto. Mi accorgevo che qualcosa in me stava cambiando, quando la sera abbracciavo mia figlia, e ritardavo ostinatamente il sonno e i sogni invadenti che con l’andar delle notti si erano fatti più vitali e sfacciatamente reali. Non ci volle altro tempo per immaginare le sue intenzioni, quando con quel fare timidamente taciturno mi strinse la mano sotto il bancone mentre serviva una giovane cliente svenevole e fintamente raffreddata. Mi sottrassi immediatamente alla presa cercando durante la giornata di non sottolineare l’increscioso episodio che avrebbe in qualche modo determinato un’imbarazzante complicità. Purtroppo era vero, cominciavo ad avvertire nelle mie vene e nella mia testa cellule inquiete di gelosia che per nessuna ragione al mondo avrei desiderato che trasparissero dalla mia faccia. Ma i giorni indifferenti che rincorrevano le notti disordinate avevano reso tutto più evidente come quella mano che mi aveva segretamente cercato e quel suo sguardo profondo che continuava in ogni istante a spogliarmi vestiti e pensieri. Nonostante quell’episodio i miei decolté non s’accollarono e sfidando il suo sguardo e la sua timidezza rappresentavano l’unico segnale di richiamo e continuità che il mio fragile equilibrio poteva concedere. E come ogni situazione che si protrae a lungo nel tempo sarebbe rimasta incollata chissà quanto nell’ambiguità se la raffreddata di turno non si fosse fatta più intraprendente da strappargli un invito per la sera successiva. Rimasi per un attimo a pensare, rigida come una statua di marmo sulla mia sedia alla cassa, ma un attimo dopo inveii contro la sua poca discrezionalità, minacciandolo di licenziamento in tronco. Mi venne incontro con una faccia che non gli avevo mai visto, girò dietro il bancone e nonostante la vetrina aperta mi baciò avidamente. Lottai con tutta me stessa tentando di rimanere aggrappata a quella finta ipocrisia che senza scoprirmi aveva alimentato in tutti quei mesi recondite speranze e vigliacche passioni. Lo colpii violentemente, lo scalcai cercando di farmi spazio tra gli spigoli dei cassetti, ma alla fine cedetti alle sue labbra ostinate e decise che non avevano arretrato di un respiro. Le accettai come si accetta un temporale durante una giornata di sole o come quando credendo di stare bene ti comunicano una malattia. E inevitabilmente tutto cambia, tutto scivola perdendo importanza, tutto si riposiziona nella giusta misura come quelle labbra che continuavano a cercarmi ed io continuavo ad accoglierle incurante di quello che sarebbe potuto accadere. E con la serranda alzata e la certezza che prima o poi qualcuno sarebbe entrato sentii il vapore della sua bocca lungo il collo e poi più giù lungo l’incavo del mio seno che ritto e insolente non aspettava altro.

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Non lo respinsi, ma non l’aiutai in quell’audace tragitto che colmo di ardore s’arrestò inesorabilmente sui miei capezzoli, succhiandoli come nessuno aveva mai fatto, come mai il mio povero marito era riuscito a farli divenire sfrontati e svergognati in attesa solo di piacere. Lo lasciai sguazzare tra le morbidezze della mia castità e i miei pensieri torbidi, ma non m’abbandonai totalmente, la mia lucida convinzione del rango e del lutto e soprattutto dell’immediato pericolo riacquistò pian piano consapevolezza e contegno. Mi accorsi ben presto che avevo poco da contendere a quella bramosia giovane ed audace che non perdeva la minima occasione di ravvivare i miei desideri. M’aggrappai alle mie cose, al rispetto della memoria di mio marito, a mia figlia, alla famiglia, alla consapevolezza dei miei anni che, passando inesorabili, mi facevano vedere ridicola ogni qualvolta mi riflettevo allo specchio. Non capivo se fosse amore vero o solo la voglia esplosiva di libertà e mi sentivo allo stesso tempo ingenua e smaliziata, abbandonata alle tentazioni di un uomo dove ero causa ed effetto intrappolata in un vortice di sensazioni dove l’effetto diventava di nuovo causa e così via. Capitò una sera dopo l’orario di chiusura. Gli avevo chiesto di rimanere per riordinare il magazzino, ma il magazzino rimase tale e quale, disordinato come il mio vestito e i miei capelli sotto i colpi incessanti del suo desiderio. Avvenne come mai l’avevo fatto, fuori dall’oscurità complice e sicura della mia stanza e del mio letto, senza quel rispetto apatico di marito e moglie, senza quella muta compostezza di moglie e madre e nuora e cognata che per tutte le volte non m’aveva permesso di liberarmi. Addosso al pavimento freddo e scomodo ci scambiammo sesso e amore vero, impegnandoci come due innamorati alla stazione, che legano insicurezze e desideri, per sempre e per oltre ancora. Mi prese immediatamente e questa volta non lasciò la presa. La sua bocca seguì le curve del mio decolté ancora a lutto dandomi del lei e chiamandomi Signora Marcuzzi, finché mi ritrovai nuda di mio marito, della mia vedovanza, del nome che portavo, di quella etichetta che si era disintegrata al primo attacco. Il mio corpo lasciò da parte ogni remora e tattica e s’incendiò sotto i colpi inesperti, ma volenterosi del mio amante, rivendicando sesso, passione e un’indelebile serata d’appiccicare come un poster sulle pareti del mio cervello. Il giovane studente, stimolato dai miei ripetuti orgasmi, non s’accontentò del suo primo piacere, mi volle di nuovo in piedi e poi seduta e poi ancora distesa cercandomi oltre la coltre spessa del buio di quei mesi passati in astenia, e oltre i suoi vent’anni che finora avevano colto solo leggeri e sterili orgasmi di ragazzine ancora vergini. Fu intenso e interminabile, ma abbastanza breve per non destare sospetti. Sbattuta sul pavimento gli giurai amore vero confessandogli che da quel momento in poi e per nulla al mondo avrei fatto a meno della sua presenza. Me ne ero innamorata e non gli vedevo altro che pregi come i suoi baci persuasivi , la sua pelle accattivante, la sua insolenza testarda e magicamente sfrontata. Persi la testa quasi subito, le ore scure della notte diventarono insopportabilmente lunghe, quelle chiare del giorno troppo brevi per estasiarmi della sua presenza.

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Ogni giorno chiudevamo sempre più tardi, e non veniva pranzo, tramonto e luna senza che mi coprisse di baci e carezze, senza che trovassimo nei ritagli, minuti intermittenti d’amore e desiderio. Ben presto i miei pensieri gelosi gli tolsero ossigeno e movimento, ben presto la sua intraprendenza s’affievolì non colorando più i miei vestiti a lutto. Era troppo giovane per sentirsi completamente appagato da quella storia incredibile, vissuta nel segreto e rubata alla famiglia ed ai pettegolezzi sempre in agguato. Aveva i suoi amici, i suoi studi e soprattutto un futuro davanti a sé, a me completamente negato. Si fece taciturno e svogliato, sfuggente alle mie attenzioni sempre più incalzanti. Cominciai a dubitare di lui finché una mattina, mentre mi teneva tra le braccia al riparo degli scaffali, non avvertì alcun timore a confessarmi che da qualche tempo usciva con una ragazza della sua stessa età. La mia reazione fu così immediata che non gli diedi il tempo di realizzare quello che era uscito dalla sua bocca. Presi il fermacarte di pietra sul bancone e lo colpii ripetutamente finché un rivolo di sangue sulla tempia non arrestò la mia pazzia. Era mio e per nessun motivo l’avrei regalato alla concorrenza. Lo trascinai in magazzino, lo imbavagliai legandolo ad una sedia. Lo amavo troppo, ma non mi sentivo pentita e come se niente fosse tornai a servire. All’ora di pranzo andai dritta a casa senza curarmene, ero decisa a lasciarlo in quello stato per giorni e giorni finché la sua testa malata non avesse dato segni di ravvedimento. Ma la sera ebbi pietà di lui, lo andai a trovare e per mia fortuna la ferita si era rimarginata, mi pregò di slacciarlo assicurandomi che non avrebbe gridato e non sarebbe scappato. Così feci, ma il suo bel faccino convincente s’increspò un attimo dopo coprendomi di pugni accompagnati da improperi e maledizioni. Ora la situazione era completamente capovolta, ma non mi legò, non affondò i colpi, anzi mi fece promettere fedeltà eterna ricambiandola con la sua insindacabile libertà. Il mio piccolo amante mi voleva completamente sua e questo non poteva che riempirmi di gioia, nulla era cambiato nelle nostre ore di lavoro. Mi fece capire immediatamente, però, che il mio stato di donna rispettabile non poteva pretendere altro, mentre la sua giovane età gli consentiva di andare incontro al futuro senza legami che ne condizionassero le scelte. Quella notte, abbracciata a mia figlia, piansi lacrime amare miste all’illusione dei miei sogni recenti che avevano a più riprese partorito progetti dove l’età e la nostre situazioni così diverse non avevano rappresentato ostacoli e barriere.

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Sentii pian piano che la punta del suo fallo sfiorava le labbra della mia calda vulva, lo faceva apposta, non voleva penetrarmi ancora e infatti dopo poco scese con la sua bocca sul mio ventre, baciò il mio ventre e i suoi baci ora non erano più violenti ma presero ad essere dolci e caldi, le sue labbra umide scivolavano intorno al mio ombelico e pian piano scendeva sempre piu giù, si soffermò a lungo intorno alle mie cosce dopodichè cominciò a passare la sua morbida lingua intorno alle labbra calde del mio sesso in fremente attesa di essere appagato dal desiderio.. continuò con la sua lingua intorno al mio clitoride e poi ancora baci forti su ciò che per un attimo avevo pensato non lo eccitasse e non gli bastasse più.. ma l'eccitazione ora era talmente forte da non poter pensare altro che a lui e a quanto lo potessi amare. Si accorse che quello era il momento giusto, così risalì in fretta il mio corpo e prese a penetrarmi con dei colpi a tratti forti e decisi e a tratti molto lenti, si eresse dinanzi a me e prese le mie caviglie fra le mani, si portò i miei piedi alla bocca e prese a succhiarli con una passionalità infinita.. smise senza lasciare le mie caviglie e ricominciò a penetrarmi sempre più forte. Sentii che non mi era rimasto ancora molto tempo, ma lui continuava ad un ritmo che toglieva il respiro. Fu l'orgasmo più bello e lungo che potessi immaginare e mentre esalavo gli ultimi gemiti di piacere lo vidi stendersi dolcemente su di me e sentii il mio ventre diventare caldo e riempirsi del suo seme. Ci addormentammo nudi da lì a poco in un caldo e tenero abbraccio fino al mattino seguente. Non parlammo mai più di quello che io avevo scoperto su di lui e nemmeno di quell'intensa e stupenda notte d'amore passata insieme. Nel silenzio dei suoi gesti di quella notte c'era una spiegazione che valeva molto più di mille domande che avrei potuto fargli e di mille risposte che avrebbe potuto darmi. Capii che il nostro amore e la nostra intesa amorosa andavano oltre quelle due righe fredde e anonime che oramai non avevano più senso nè valore sia per me che per lui. Ci accordammo per la mattina successiva. Quella notte fu lunghissima; dormii male, non potevo fare a meno di pensare al momento in cui saremmo rimasti da soli in casa sua. Ma conclusi che non dovevo farmi illusioni, dopotutto quella situazione poteva tranquillamente risolversi con un favore di buon vicinato. La mattina successiva mi presentai con la dovuta attrezzatura, mi accolse con un sorriso solare e mi chiese se prendevo un caffè; mi girò le spalle per prepararlo, e i miei occhi percorsero la sua figura lentamente, soffermandosi su ogni elemento che rendeva quella donna irresistibile. Bevvi il caffè e mi misi all'opera, quel lavoretto per me era un gioco e ci impiegai ben poco. La tenda, accuratamente stirata, era distesa sul divano; le offrii il mio aiuto per montarla e lo accettò, ringraziandomi con uno dei suoi splendidi sorrisi.Una pulitina veloce e fummo pronti a concludere l'opera.

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Postato da Sbavo il 22.04.05 18:11